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Fabiano Antoniani, meglio conosciuto come Fabo, ex-DJ musicale, cieco e tetraplegico dall’estate del 2014 in seguito a un gravissimo incidente, è morto il 27 febbraio in una clinica svizzera, facendo ricorso al suicidio assistito.

Proponiamo due interventi, il primo del vescovo Oscar, e il secondo di Don Vincent Nagle per una riflessione sulla fine delle vita.

Prendersi cura, nel rispetto della dignità umana…

Rimanere accanto ai malati, soprattutto nella fase della malattia cronica, ingravescente o terminale, in regime di ospedalizzazione o attraverso l’assistenza domiciliare, rappresenta oggi un’azione di grande pregio civile e umanistico, nell’ambito di una visione solidale della vita umana e di una concezione della comunità degli uomini che mette in primo piano i valori della prossimità e della cura reciproca. Per chi crede, poi, questa visione solidaristica trova pieno suggello e compimento nel comandamento della carità fraterna, specialmente verso i più piccoli e i più fragili, che Cristo ci ha lasciato come eredità e testamento. Sono consapevole dei molteplici e complessi problemi che l’assistenza medica ed infermieristica è chiamata oggi ad affrontare, anche in relazione al prolungamento della vita media e al conseguente aumento delle patologie cronico-degenerative. L’assistenza terminale, inoltre, che un tempo gravava quasi per intero sul nucleo familiare, abbisogna oggi di risposte più articolate e di use, che uniscano insieme senso di umanità, professionalità medica e psicologica e presenza capillare sul territorio. L’umanizzazione della malattia, anche nella sua fase più acuta e penosa, rappresenta un’opera di altissimo valore etico, affinché nessuno si senta lasciato solo e abbandonato nell’ora grave del confronto con l’invasività del morbo e con l’inesorabilità della morte. Anche quando non è più possibile “guarire”, è infatti sempre possibile e doveroso “curare”. Le forme dell’accudimento e del prendersi cura trovano poi, nel nostro tempo, una fondamentale risposta nella medicina palliativa e nella terapia del dolore. Curare il malato, anche quello inguaribile e terminale, garantirgli vicinanza, sostegno e attenuazione del dolore inutile, rappresentano oggi la vera e nobile strada da intraprendere, anche per non lasciarsi lusingare dalla tentazione subdola e disumana dell’eutanasia.

Il mio incoraggiamento non è solo all’azione “sul campo”, al capezzale del malato, ma anche all’opera culturale di sensibilizzazione e di riflessione. Il pensiero della morte, ad esempio, o meglio del morire con dignità, sempre più espunto e censurato nelle forme della comunicazione pubblica, deve invece ritrovare la sua centralità e la sua importanza all’interno del dibattito civile. Così pure la promozione di una cultura della vita, della vicinanza al malato e della dignità della malattia. Anche sul versante politico e giuridico è necessario stimolare una riflessione di alto spessore umanistico, ponendo il problema della libertà di cura e del protagonismo del malato nell’azione terapeutica che lo riguarda, con particolare riferimento al tema del “consenso informato”. Una legge civile sul cosiddetto “testamento biologico”, da più parti invocata per sopperire ad alcune lacune dell’attuale sistema sanitario, dovrà comunque mantenersi ben salda nei binari del rispetto della vita umana, senza concedersi ad ambigue logiche di eutanasia e di abbandono terapeutico.

+ OSCAR, vescovo

Quando ci siamo conosciuti ho capito che la tua gabbia è anche la mia

Piangere? No. Neanche per la morte del mio amato padre. Neanche quando se n’è andata la mia amatissima sorella. Però ben due volte, in questi ultimi giorni, mi sono messo in disparte, da solo, a piangere, piangere per Fabiano Antoniani, o dj Fabo come lo chiamano i giornali. Perché? Perché questo senso di perdita, di sconfitta, di tragedia in me? Lo conoscevo appena dj Fabo. Sono cappellano per la fondazione che l’aveva in cura. Abbiamo parlato solo due volte, anche se ho parlato tante volte con la sua mamma. Come tanti altri lo trovavo deciso, scherzoso, intelligente e generoso. Rivolgevo solo un saluto alla sua bella donna, una persona molto importante per lui. Ma perché la scelta di dj Fabo mi prova così dolorosamente? Da dove questo impatto emotivo così duro? Fabiano ha scelto di mettere fine alla sua vita. E ieri l’ha fatto. Era stata, la sua, una vita che molti desidererebbero, una di musica, viaggi, sport estremi, incontri, popolarità, e una ragazza eccezionale. Poi ha preso una brutta piega. Quell’incidente stradale lo lasciò tetraplegico e poi, dopo un ictus, anche completamente cieco. E come lui stesso ha detto in un video, lui era rimasto col dolore di quello che non poteva più fare — non uscire per la serata, non camminare con la sua donna, non grattarsi la testa quando provava prurito — e col dolore del buio continuo. Certo, dj Fabo era un uomo forte. Ha cercato di rimettersi. Aveva, insieme con la sua Valeria, intrapreso viaggi azzardati per provare cure oltre l’avanguardia della medicina. Ma non c’era niente da fare. Che altro poteva fare? Che cosa gli era rimasto? “Il dj Fabo che conoscevo è morto due anni fa” ha dichiarato Valeria davanti a lui. Non era ora di fare i conti con la realtà? E allora perché piango? Per cercare una risposta torno a una conversazione che ebbi con mia sorella tanti anni fa, quando molti suoi amici della comunità gay stavano morendo di Aids e cercavano di avere una legge per permettere l’eutanasia. “Perché?” chiesi io. “Perché quando così tanto della vita è stato tolto — mi rispose — una persona vuole almeno questo facoltà, di poter decidere in autonomia la sua fine. Così è la dignità umana”. “Ma tu e io — le dissi — abbiamo sempre detto che la dignità umana stava nell’amore, nell’affetto e nella bellezza della vita. Non mi sembra che abbiamo mai detto che sono il potere e il controllo che rendono la vita dignitosa. Perché non lavorare di più per far crescere la fiducia nella persona invece di lavorare per darle più potere?”. La verità è che guardando dj Fabo vedevo una persona avvolta nel mistero, ma che non si è mai decisa ad interrogare quel mistero, a fargli domande, a supplicarlo. L’avrei fatto con lui, ma non era possibile. Era come vedere un uomo morire di fame accanto ad una tavola imbandita. Pensavo a tutte le meraviglie non solo che c’erano per lui da scoprire ancora, ma anche a tutta la bellezza che aveva da offrire. Come mi sarei dato da fare per riempire la sua vita con persone capaci di condividere novità mai immaginate. Come l’avrei amato. Come l’amavo, ma non potevo. Alla fine, quello che mi distrugge il cuore era la sua gabbia, perché forse è anche la mia. Lui stesso chiamava la sua drammatica situazione fisica la gabbia da cui voleva uscire. Ma mi sembrava molto più una gabbia il modo in cui lui percepiva la sua scelta, le sue opzioni: o posso tornare alla vita di prima o sono già morto. Ovvero, o le circostanze cambiano secondo la mia visione, o rifiuto di vivere. Forse, ripeto, sono ferito perché Fabiano mi mette davanti alla posizione che io stesso ho riguardo alla mia vita. Sono io così diverso? Mentre la mia amatissima sorella moriva di fame per una malattia, ossessivamente cercando di non morire, io per un anno non riuscii a pregare perché pretendevo da Dio che mettesse a posto questa situazione. Non riuscivo a domandare al Mistero di poter entrare nell’amore che mi offriva di scoprire e di dare proprio attraverso questa circostanza. Era una gabbia terribile. Uscire dalla gabbia per Fabiano poteva essere questione di una domanda. Adesso ogni occasione d’amore per lui su questa terra è stata negata dalla sua stessa mano. Piango per la sua gabbia, per la mia, per la nostra.

Don Vincent Nagle