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31 Agosto 2016
Sant’Abbondio
Patrono della città e delle diocesi di Como

 

Cari fratelli e sorelle,

già lo scorso anno, mettendo a vostra disposizione le parole con le quali il Santo Padre Francesco indiceva uno speciale anno santo, un giubileo straordinario “della misericordia”, ho cercato di riflettere su questo tema.

Vi dicevo che la misericordia è un elemento centrale e indispensabile dell’esperienza cristiana, sia nel senso che dovrebbe essere stile costante della nostra relazione fraterna con chiunque incontriamo, sia nel senso che noi per primi dobbiamo sempre accorgerci della nostra “miseria” e accogliere la benevolenza e il perdono da parte di Dio e da parte degli altri come un dono immeritato di misericordia.

Penso che non sia opportuno abbandonare troppo presto questo tema. Perciò vorrei attirare ancora una volta la vostra attenzione su questa virtù, dando valore all’elenco delle “opere” di misericordia. Forse qualcuno tra noi ricorda di averlo imparato a memoria durante il catechismo in preparazione alla prima Comunione.

Si tratta di un elenco prezioso che andrebbe riscoperto, insegnato a figli e nipoti, e usato spesso per la propria meditazione personale o per l’esame di coscienza (lo facciamo ancora? … Dovrebbe essere un’esperienza spirituale quotidiana!).

Ve lo riporto integralmente, nel suo duplice sviluppo:

Le opere di misericordia “corporali”:
Dar da mangiare agli affamati
Dar da bere agli assetati
Vestire gli ignudi
Alloggiare i pellegrini
Curare gli infermi
Visitare i carcerati
Seppellire i defunti

Le opere di misericordia “spirituali”:
Consigliare i dubbiosi
Insegnare agli ignoranti
Ammonire i peccatori
Consolare gli afflitti
Perdonare le offese
Sopportare pazientemente le persone moleste
Pregare Dio per i vivi e per i morti.

Anche se qualche parola può sembrare un poco “antica” e ricercata, penso che si debba accettare con umiltà quanto la tradizione ci consegna, e si possano usare questi due elenchi per una frequente e concreta verifica dello “stile” cristiano della nostra vita.

Non si tratta, infatti, di niente di meno della vita stessa di ciascuno di noi! Senza queste opere la vita cristiana inaridisce, e si trasforma nella caricatura religiosa di un bisogno egoistico di “salvarsi l’anima”, usando di qualche ingrediente magico e di qualche esercizio ascetico.

Attraverso questi due elenchi si può vedere, invece, quasi in trasparenza, il volto misericordioso del Signore Gesù, il senso profondo di tante sue parole e raccomandazioni, la memoria fedele dei suoi gesti così come ci viene tramandata dall’autorità degli apostoli nei santi vangeli.

Proviamo a immaginarci una vita umana nella quale siano rigorosamente e totalmente assenti questi gesti concreti e queste attitudini dello spirito: avremmo di fronte qualcosa di selvaggio, per non dire di bestiale, qualcosa che fa parte dei lati oscuri della nostra esperienza personale (almeno a livello di tentazione) o dell’esperienza di qualcuno intorno a noi.

Siamo chiamati invece (e per questa “vocazione” siamo stati programmati!) a vivere un’esperienza filiale e fraterna. Siamo figli di Dio e fratelli di Gesù, per ricevere la grazia e la forza necessarie per testimoniare in concreto una vera fraternità con tutti.

Tutto questo non trova in noi un’accoglienza facile e spontanea. Non possiamo dimenticare il peso dei nostri peccati e del nostro

egoismo! L’accoglienza del dono di Dio, che ci viene attribuito gratuitamente dal Suo amore preveniente per noi, richiede una risposta impegnativa, anch’essa sostenuta dalla grazia di Dio, ma affidata anche al nostro libero consenso e al nostro sincero impegno di accoglienza e di custodia.

Ecco perché mi soffermo a richiamare a me stesso e a tutti voi quello che la grazia di Dio esige da parte nostra. Essa rimane “gratuita” e non è adeguatamente meritata o “pretesa” in base alle nostre fatiche spirituali. Ma, come risposta alla preveniente e gratuita misericordia di Dio Padre, il nostro assenso gioca la sua parte. Lui, nel suo Figlio, bussa alla nostra porta e ci mette a disposizione, per grazia, il dono del loro Spirito. Se apriamo, non ci guadagnamo la Sua visita, ma semplicemente non siamo passivi ma accettiamo il Suo dono aprendo la nostra vita a riceverlo.

Ecco, dunque: vi segnalo alcune fondamentali condizioni per favorire questo incontro tra la nostra povertà e la ricchezza del Suo amore per noi. Sono condizioni che non “guadagnano” né meritano il dono in modo adeguato, ma solo ne esprimono il desiderio e l’attesa.

  • “Con ogni cura vigila sul cuore perché da esso sgorga la vita”, così ci ammonisce la Parola di Dio nel libro dei Proverbi (4,23). Il cuore non è citato qui – come viene spontaneo pensare nel nostro modo d’esprimerci – come il centro degli affetti e dei sentimenti, ma come il “motore” della vita. La cura della libertà e della purezza di cuore nelle persone, soprattutto nei responsabili (perché se c’è qualche radice amara nei responsabili, la comunità viene contagiata) è quindi il primo e il più importante dei compiti di chi si assume la cura di una comunità: familiare, civile, ecclesiale…
  • Per questo c’è bisogno di vera libertà: quella più difficile di tutte, cioè la libertà da se stessi, dal proprio egoismo, dal calcolo inflessibile del proprio vantaggio … Quella vera libertà che si esprime nell’assiduo, gratuito e instancabile lavoro per portare pace, donare misericordia, far crescere … Rileggiamo e meditiamo anche a questo proposito il discorso di Paolo agli anziani della chiesa di Mileto in At 20!
  • Per questo c’è bisogno di una fede cristiana integrale, non timida, non superficiale e ridotta a poche e noiose abitudini di culto: Gesù disse che saremo riconosciuti come suoi discepoli non perché facciamo il segno della croce o andiamo in chiesa, ma “dall’amore che avremo gli uni per gli altri” (Gv 13,35).
  • Il criterio cui ispirare scelte e decisioni non sarà mai solo il “mio” profitto, anche quello giusto e sacrosanto (se non nel caso dei problemi sindacali o dei rapporti commerciali, che sono certamente importanti ma non sono il tutto della vita!), ma l’individuazione dei punti in cui investire con gratuità, come quando penso alla relazione con il coniuge o all’atteggiamento giusto da tenere con i figli…
  • In altri termini: bisogna applicare la logica del donare e non sempre e solo quella del guadagnare. Bisogna applicare la logica delle relazioni d’amicizia e non solo di quelle aziendali … Carceri, ospedali, case di riposo: sono i luoghi in cui è possibile esprimere e alimentare questa dimensione della vita cristiana, anche quando non sono coinvolto da situazioni e legami familiari e affettivi. Dice Gesù: “ero in carcere e siete venuti a trovarmi … ero malato e mi avete visitato … ero straniero e mi avete accolto” (Mt 25,34-36). Non dimentichiamo che questo sarà il criterio del giudizio finale cui sarà sottoposta la nostra vita! Con tutto il rispetto per la complessità del caso, domandiamoci se il nostro modo di affrontare, in questi giorni, il problema dei cosiddetti profughi è in linea con queste chiarissime parole del nostro Signore e Maestro Gesù…
  • Ciò che sono e che possiedo è un dono ricevuto che mi richiede di donare a mia volta. Com’è lontano dalla verità il pensare di essere padroni assoluti di ciò che siamo e di ciò che possediamo, come se fosse sommo e inviolabile il diritto di usare e di abusare dei beni che sono a nostra disposizione!
  • Bisogna contrastare il culto della spontaneità, soprattutto quella rozza e primitiva, quella che confonde autenticità con maleducazione… Essa deriva dalla cultura dell’io prima del noi e a prescindere dal noi, senza attenzione all’insieme fraterno in cui vivo e da cui ho attinto e attingo…

Ritorniamo alla memoria del nostro patrono: sant’Abbondio. Egli è ricordato, come sapete, nella sua caratteristica di “testimone e difensore della fede”. Se lo riconosciamo come modello e prottettore della nostra Chiesa, dovremmo cercare di imitarne le virtù. Siamo oggi, nel nostro ambiente familiare, storico e sociale, dei testimoni credibili e difensori efficaci della fede cristiana? Non si tratta di assumere degli atteggiamenti straordinari, o di fare miracoli! Dobbiamo chiederci, piuttosto, se dentro la nostra “normale” vita, è accesa la luce ed è sentito il gusto del Vangelo di Gesù? Se siamo testimoni e operatori concreti della Sua misericordia. Egli continua a dirci che noi siamo la luce del mondo e il sale della terra. E sappiamo quale sorte è riservata alla luce che sta nascosta e al sale che ha perso il sapore!

In tanti luoghi del mondo, ancora oggi, ci sono cristiani che subiscono violenza, fino al martirio, per restare coerenti con la propria fede! Quale stimolo e quale forza attingiamo dal loro esempio? A noi capita spesso, purtroppo, di abbassare il profilo della nostra testimonianza cristiana, fino a farla quasi scomparire, per evitare fastidi, per non dare l’impressione che vogliamo metterci in mostra, o per non condizionare e mettere in imbarazzo i nostri “commensali” e vicini.

Chiedo al nostro Santo Patrono di intercedere per tutti noi una grazia speciale di coraggio e di rinnovamento spirituale, affinchè la Chiesa di Como possa continuare e migliorare il suo servizio al bene

integrale di ogni persona, portandola alla conoscenza e all’intimità amicale con Gesù e alla sintonia con la Sua misericordia. La viva coscienza di quanto sia importante, per ciascuno di noi, la relazione con Gesù ci deve sostenere nello slancio generoso della nostra testimonianza cristiana.

Questo auguro a me stesso e a tutti voi, cari fratelli e sorelle! Perché a questa dimensione apostolica e testimoniale della nostra esperienza della grazia di Dio è legata la felicità e la pienezza di vita di tante altre persone … e anche la nostra!

Vi auguro di cuore di poter sperimentare, nella sua verità e nella sua pienezza, la gioia di questa esperienza!

Fraternamente,

+ Diego, vescovo